Ci vediamo presto (anche se non è vero!)

Non mi piacciono i saluti, quelli in cui si sa benissimo che, malgrado ti prometti e riprometti di non far passare di nuovo un sacco di tempo al prossimo incontro, in cuor tuo sai benissimo che non sarà così.

E poco importa se devo salutare qualcuno in strada, in una stazione, in un aeroporto, in spiaggia o nel peggior bar di Caracas. Continua a leggere

Ciao ciao fratellino!

Domani parto per Ibiza!

Al di là del bisogno di vacanza, perché ormai sono più fusa delle candele della mia Toyota scassata e arrugginita e l’urgenza di prendere un po’ di sole, perché questo colorito bianco sbiadito non si può soffrire, sono felice di partire per rivedere il mio fratellino!

Per la verità è un fratellone ormai, ma ai miei occhi resterà sempre quella piccola, disgraziata, famigerata, peste di un fratellino!  Continua a leggere

Il silenzio è d’oro tranne alla SPA

Negli scorsi giorni, avendo una giornata di meritato riposo, ne ho approfittato per andare alle terme.

Non che sia una fan delle terme, intendiamoci. Lo trovo un supplizio sudare a 90° gradi per scelta, in stanzette appena più grandi della mia cameretta quando ero ragazzina. Per non parlare del pensiero di sedermi su litri di sudore di qualcuno che magari si lava a giorni alterni come le targhe nei mesi estivi per combattere l’inquinamento. Per non parlare poi di camminare senza infradito nelle docce che probabilmente sono il covo per chissà quale colonia di funghi e funghetti e licheni vari.  Continua a leggere

Come gusci vuoti (The end)

Nat si ridestò dai ricordi. Sentiva un senso di rabbia quando pensava a quel caso a cui si aggiungeva un senso di impotenza quando pensava agli altri otto, tutti rimasti senza una spiegazione e senza un colpevole.

Dopo tre anni dal caso di Grovenhill, Nat si era finalmente ripreso. Pensava di essersi lasciato alle spalle tutto, soprattutto i dolorosi ricordi. Ma un giorno, mentre era di pattuglia con Orson, furono richiamati in centrale. Una telefonata urgente per Nat. Era McKanzie. “Nat” , esordì subito l’uomo, “Mi dispiace disturbarti, ma dovresti venire a Washington. C’è un caso che forse ti interesserebbe seguire”. Continua a leggere

Il magico scorrere del tempo in Éire

Eccomi rientrata da qualche giorno passato in Irlanda.

Mi fa sempre sorridere ripensare a quando anni fa mi ero ripromessa che non sarei tornata, nel limite del possibile, ma più di due volte nello stesso posto. Il mondo è talmente grande, mi dicevo, e il tempo a disposizione per viaggiare talmente poco, che non bisognava “sprecarlo” (anche se non credo sia la parola esatta, visto che nessun viaggio è mai sprecato!) per tornare nello stesso posto.

Cosa che però con il tempo è cambiata, visto che in Irlanda ci torno tutti gli anni e spesso anche più volte.

Quell’isola magica ha su di me un richiamo potente. Non so se sia per quel verde, oh sì, quel verde meraviglioso. Di erba bagnata da lunghe piogge e asciugata dalle brevi occhiate di un sole timido. O magari per quelle scogliere che si buttano nel mare, lasciando che le onde si infrangano su di esse, provocando un boato profondo, gutturale. O sarà il cielo, quel cielo che cambia ogni secondo. Quel cielo che sembra composto dalla lana di mille pecore lasciata in balia del vento.

Sarà la gente, che malgrado i periodi di difficoltà tira avanti, con forza e con il sorriso sulle labbra. Sarà quell’aurea magica che si respira passeggiando tra sconfinati prati, con la pioggerella fine che si poggia sulla natura ricca e rigogliosa. Saranno le note che escono da un’arpa, o un tin whistle o da un bodhran che risuonano in qualche locale ad una qualche ora di un qualsiasi giorno. Saranno le centinaia di leggende che aleggiano in ogni angolo del paese, che ti fanno pensare che da un momento all’altro un elfo appaia come per incanto davanti ai tuoi occhi. E perché no, sarà quella goliardia provocata da una pinta di Guinness condivisa con uno sconosciuto in qualche pub.

L’Irlanda è tutto questo e molto di più.

Ma ha una cosa che più di tutte mi manca appena torno nella routine di tutti i giorni. Il tempo.

Quando sono a casa, mi rendo conto di rincorrere il tempo. Fare i salti mortali per ritagliarmi degli spazi per fare le cose che mi piacciono fare, o per vedere le persone a cui voglio bene. Ma benché la mia sveglia suona sempre prestissimo e la mia testa si appoggia sul cuscino ad orari indecenti la notte, ho sempre quella sensazione di “incompiuto” nella mia giornata. Un “ti voglio bene” non detto; una storia pensata ma mai raccontata, un bagno caldo nelle sere di inverno, una corsa nelle fresche serate primaverili. C’è sempre, nella mia giornata, un qualcosa a cui devo rinunciare per una questione di tempo.

Mentre quando sono lì il tempo assume una condizione diversa. Non sono io a dover corrergli dietro. È il tempo stesso che scandisce i giusti ritmi durante la giornata. Lo so che molti di voi ora penseranno: “facile, lì sei in vacanza, ovvio che  lo percepisci in un modo diverso”. Eppure non è la questione di essere o meno in vacanza ma proprio una condizione che si respira appena si atterra in quell’isola, che vale per tutti, residenti e non, vacanzieri e non. C’è un momento per correre al lavoro, c’è un momento per godersi il tempo libero, c’è un momento per godersi il silenzio e la solitudine, c’è un momento per farsi carico delle proprie responsabilità. Si respira un’aria di priorità diverse, non fatte solamente da regole da seguire e compiti da portare a termine. Le priorità della persona, la priorità dell’essere, di vivere davvero e non essere solamente un corpo di passaggio.

Quando sono lì mi sembra di essere parte di qualcosa, del mondo forse, della natura, dell’aria, della musica. Di sentire il mio cuore che scandisce i battiti in un modo diverso, più calmo, più sereno, in pace con se stesso e in pace con ciò che lo circonda.

Quando sono lì…

Vorrei che quel momento non finisse mai!

Come gusci vuoti (Capitolo 2)

Aprì il primo fascicolo, “Francis e Steven Blumenstein”. Provò una fitta al cuore. Malgrado fossero passati 32 anni, suo fratello e suo nipote gli mancavano ogni giorno e in cuor suo sapeva che avrebbe trovato pace solo quando avrebbe catturato il responsabile della loro morte. Il nipote era stato l’unico ragazzino della lunga serie di omicidi. Dopo Steven i ritrovamenti erano solo di giovani adulti. Questo dettaglio lo mandava fuori di sé. Perché Steven? Cos’aveva di speciale quel bambino di quattro anni? Si era ritrovato nel posto sbagliato al momento sbagliato? Il non avere risposte lo logorava nel profondo.

Tornò con la mente a trentadue anni fa. Continua a leggere