25 novembre

Sono perplessa, lo ammetto. Questa mattina, mentre bevevo la mia dose quotidiana di caffè, guardavo in televisione e sul web i servizi sull’ormai famoso “Black Friday”, che quest’anno è caduto il 25 novembre.  Ammassi di gente all’entrata dei negozi, code infinite alle casse, gente in preda ad una nevrosi dell’acquisto che mette un po’ i brividi se devo essere onesta. Sarà che lo shopping, per piacere o per necessità che sia, non è mai stato uno dei miei passatempi preferiti e quindi immagino non potrò mai capire cosa si cela dietro questa isteria dell’acquisto – o affarone, come lo chiamano alcuni. Questo essere accalcati insieme ad altre centinaia di persone, sgomitando, sudando copiosamente sotto giacconi invernali, fare il furbo per magari riuscire a saltare un posto nella fila, sembra più un rito tribale che un atto di civiltà.

Ma sorvoliamo, anche perché in fondo, quello che mi ha fatto riflettere più di ogni altra cosa, è stato che poco, pochissimo si è invece parlato della giornata del 25 novembre, la giornata mondiale contro la violenza sulle donne.

Perché il 25 novembre?
La data è stata scelta da un gruppo di attiviste, riunitesi a Bogotà nel 1981 – nell’incontro Femminista Latinoamericano e dei Caraibi – in ricordo dell’assassinio delle sorelle Mirabal (nel 1960), che sono considerate un esempio di donne rivoluzionarie per la loro lotta nel cercare di contrastare la dittatura di Rafael Leónidas Trujillo (1930-1961), ed è stata ufficializzata nel 1999 dalle Nazioni Unite.

Trovo sempre triste che nel mondo che spacciamo per “civilizzato”, “tecnologico”, “all’avanguardia” in cui ci vantiamo di vivere, dobbiamo ricorrere a dei giorni “della memoria”, per ricordarci come a qualcuno venga tolto un suo diritto fondamentale per mano di qualcun altro.

Se apriamo un qualsiasi giornale, accendiamo un qualsiasi televisore, non passa giorno in cui non si legge la notizia di qualche donna uccisa, violentata o che abbia subito in un qualche modo una violenza fisica o verbale. E questo deve farci riflettere, tutti.

Perché è compito di tutti cambiare questa situazione. Sta a tutti noi educare la generazione che verrà. Dobbiamo lottare in modo che alcuni stupidi stereotipi non vengano più presi come scusa per giustificare la discriminazione di una donna, che sia a scuola, al lavoro, o nello sport.
Frasi come “è un gioco da femminina” oppure “corri come una femminuccia” non devono più avere senso di esistere. GIOCO. CORRO.

Ci hanno insegnato ad essere forti, ci hanno insegnato che potevamo diventare qualsiasi cosa avremmo desiderato, e così è stato. Grazie a grandi donne prima di noi, siamo riuscite a dimostrare che possiamo davvero fare grandi cose. Che siamo forti, che siamo intelligenti, che siamo indipendenti, che non abbiamo niente da invidiare a nessuno, anzi!

Eppure, ancora oggi, benché nel corso degli anni abbiamo dimostrato quale sia il nostro reale potenziale, il nostro reale contributo, non siamo tutelate. Lo stato permette disuguaglianze di salario, di trattamento e la maternità viene considerata come un handicap. Non siamo tutelate in caso che un “ex” troppo geloso che ci “stalkera” (perché prima di intervenire dobbiamo finire morte ammazzate). Non siamo tutelate dalla società, perché se veniamo violentate in mezzo ad una strada, ma avevamo una gonna un po’ troppo corta, allora “ce la siamo cercata”.

Allora basta! Basta nascondersi dietro frasi patetiche o scuse inaccettabili. È arrivato il momento che ognuno di noi faccia la sua parte. Perché io voglio poter camminare per strada sentendomi sicura, voglio poter mettere una gonna senza sentirmi una sgualdrina, voglio poter lavorare e che il mio lavoro sia riconosciuto, voglio poter competere a livello agonistico nello sport che amo, alle stesse condizioni di qualsiasi altro.

VOGLIO CHE I MIEI DIRITTI VENGANO RICONOSCIUTI COME INDIVIDUO.

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