Moth House

Moth House era una magione in stile coloniale, risalente alla fine dell’800, che si ergeva imponente sulla collina situata alla fine della lunga via principale che divideva in due la cittadina di Cuvernico Hill. Lo scorrere del tempo non era stato clemente, poiché poco restava dell’antico splendore. Dal tetto mancavano numerose tegole, gli scalini che dal patio davano accesso alla casa erano crollati, l’intonaco che un tempo doveva essere stato di un bianco candido, ora era grigio e scrostato. Per molti anni la casa era rimasta disabitata, un po’ dovuto alla superstizione degli abitanti che credevano che la casa fosse infestata dagli spiriti del bosco con cui confinava, un po’ dovuto ai troppi lavori di ristrutturazione necessari a rendere la tenuta anche solo abitabile.

Non per niente gli abitanti di Cuvernico Hill restarono alquanto sorpresi nell’apprendere che la casa era stata acquistata da una facoltosa signora di città e che il suo trasferimento, insieme al figlio appena adolescente, sarebbe avvenuto di lì a poco.

Per tutta la settimana si fecero illazioni sulla possibile acquirente. Ci furono voci che sostenevano che la donna fosse in un fuga da un marito violento, chi invece la voleva come una vedova distrutta dal dolore che cercava in tutti i modi di lasciarsi alle spalle la sua vecchia vita e i ricordi del defunto marito, chi invece era sicuro che si trattasse di una che trattasse con la magia nera ed era arrivata fino a Cuvernico Hill per provare gli incantesimi in un luogo più discreto. Insomma, ognuno aveva la propria opinione.

Che sgomento quando videro scendere dal treno Mrs. Henrietta e il piccolo Thomas. Lei era una donna minuta, dalla pelle di porcellana bianca, con due vivaci occhi azzurri, i capelli di un biondo cenere talmente chiari che sembravano essere fatti di fumo, una bocca con due morbide labbra rosa e dei lineamenti così delicati da sembrare un angelo.

Thomas invece era un ragazzino che nulla aveva della dolcezza della madre. Aveva gli occhi di un colore nero intenso, che quando ti guardava sembrava accedere ai più intimi segreti di ognuno, i capelli tagliati corti di un marrone scuro come il tronco degli alberi nella notte, le labbra erano due linee parallele di un rosso color del sangue, la pelle di un colore pallido. La gente di Cuvernico Hill, non senza imbarazzo, fu assalita da un timore referenziale verso quel ragazzino. Ma in fondo, anche se la sua presenza faceva venire la pelle d’oca, che male avrebbe mai potuto fare?

Passarono le settimane e Mrs. Henrietta, con l’aiuto di Thomas e di alcuni abitanti del villaggio riuscirono in qualche modo a rendere Moth House più accogliente. Vennero sostituiti i vecchi mobili impolverati, lavati i vetri e cambiate le tende. L’erba del giardino venne tagliata. Il tetto e le scale del patio furono riparati e le pareti vennero ritinteggiate. Vista da fuori sembrava recuperare, poco alla volta, parte del suo splendore.

Nel frattempo Thomas iniziò anche a frequentare la scuola locale. Non che la cosa gli suscitasse grande entusiasmo. Trovava quel mucchio di campagnoli alquanto fastidiosi e privi di qualsiasi buongusto e buona maniera. Per non parlare delle lezioni che per lui erano di una noia mortale.  Ma aveva promesso a sua madre che questa volta si sarebbe comportato bene. Magari, se si fosse impegnato a mantenere la promessa, sarebbe potuti tornare nella loro vecchia casa, nella loro vecchia e caotica e bellissima città, lontano da quel posto dimenticato da Dio.

Le sue giornate passavano così, tra una lezione, le continue prese in giro dei suoi stupidi compagni, i lavori di ristrutturazione della stamberga –no, Thomas non riusciva proprio a chiamarla “casa”- e  “loro”. Un po’ si sentiva in colpa perché si rendeva conto di infrangere, anche se solo in parte, il giuramento fatto alla madre mesi prima. Ma in fondo si ripeteva che aveva promesso di non fare più “quella cosa” e non di non aver più a che fare con “loro”. Così tutte le sere, appena la madre si addormentava, correva a chiudersi nello scantinato ad occuparsi di “loro”.

Dal canto suo Mrs. Henrietta non riusciva a capire cosa stesse passando nella testa del figlio. Doveva ammettere che da quando si erano trasferiti a Cuvertino Hill sembrava essere tornato un ragazzino come tutti gli altri. Non che suo figlio fosse mai stato un bambino socievole ma nelle ultime settimane sembrava più tranquillo, dava una parvenza di quasi normalità e lei si faceva bastare questo.
Ma quanto era successo mesi prima non smetteva di tormentarla. Ancora oggi le capitava che, durante la notte, si svegliava madida di sudore ricordando quanto accaduto, come un incubo senza fine.

Un giorno, durante una lezione di scienze, Michael lanciò con la propria cerbottana un bigliettino tutto umidiccio e masticato ma sbagliò mira e la umida pallina accartocciata si schiantò direttamente sulla fronte del professore, che andò su tutte le furie! “Chi è stato?” tuonò. La classe ammutolì. “Voglio sapere immediatamente chi è stato” ripeté. Di nuovo la classe restò in silenzio. Dal fondo della classe si sentì la voce tremante di Michael asserire “Signor professore, so che non è buona educazione fare la spia, ma ho visto benissimo che è stato Thomas”. A quel punto tutta la classe si girò verso di lui. “No-no-non sono stato io” replicò Thomas. Le sue guance si fecero paonazze, più per la rabbia che per l’imbarazzo. “È stato Michael, con la sua cerbottana. Lo sanno tutti professore”. Ma nessuno se la sarebbe presa con Michael, il buon figlio del pastore del villaggio.

Thomas venne rispedito a casa e per punizione, per tutta la settimana, dovette fermarsi dopo le lezioni ad aiutare il bidello nelle sue faccende. Gli altri ragazzi non persero occasione per prenderlo in giro –gli davano ogni tipo di appellativo, ma quello che preferivano era senza dubbio “Thomas lo strambo”. Ogni giorno era vittima di battute, scherzi e ogni sorta di angheria. Dentro di sé la rabbia cresceva e più cresceva, più lui passava il tempo con “loro”, le uniche che sapessero dargli un po’ di conforto. Cercava di evitare anche sua madre, che aveva ripreso a guardarlo sempre con quell’aria interrogativa che lui detestava.

Odiava tutti. I suoi compagni di cui non vedeva l’ora di vendicarsi e sua madre per averlo portato in quel posto orribile. Pensò a suo padre e al suo ricordo un sorriso gelido gli passò sul volto.

Quella notte, appena la madre si coricò, scese nello scantinato. Nell’accendere la flebile luce, centinaia, migliaia di falene si liberarono in volo, creando delle ombre inquietanti sulle pareti, come lunghe dita scheletriche. Thomas si concentrò, respirò lentamente, chiuse gli occhi e mentalmente diede loro l’ordine di compattarsi. Le falene, una dopo l’altra, si misero una vicina all’altra, creando l’effetto di un nuvolone nero, come quelle che portano piogge torrenziali nei rigidi inverni di Cuvertino Hill.

Aprì loro leggermente la finestra e lo sciame, in un silenzio surreale, iniziò ad uscire. Volarono nel nero cielo di Cuvertino Hill, attraversando la città. Thomas era rimasto nello scantinato ma era come se fosse lì. Attraverso le falene riusciva a percepire l’odore dell’aria, dell’erba e sentire i rumori della notte.  Ad un certo punto arrivarono all’altezza della casa di Michael e si fermarono. La finestra della stanza del ragazzo era chiusa. Ma Thomas non si perse d’animo. Ordinò alle falene di dirigersi sul tetto e loro, sempre in un silenzio surreale, si infilarono una alla volta nell’apertura del comignolo. Quando lo sciame fu ricompattato si diresse verso la stanza di Michael. Il ragazzino giaceva nel suo letto e a quel punto, una dopo l’altra si posarono sul suo corpo addormentato.

La mattina dopo ci fu grande fermento a Cuvertino Hill. Alle prime ore dell’alba un urlo aveva rotto il silenzio della città. La madre di Michael aveva trovato il letto del figlio vuoto e di lui nemmeno l’ombra. Avevano cercato dappertutto. Dalla soffitta allo scantinato, ogni angolo della casa era stato messo a soqquadro, ma era come se si fosse volatilizzato nel nulla.  Tutto il paese si unì nella ricerca di Michael ma dopo giorni di ricerche dovettero desistere. Tutti gli abitanti furono interrogati, tutte le piste battute, tutti i boschi, sentieri, prati, fiumi furono scandagliati. Nessuno seppe più nulla del ragazzo.

Nessuno, tranne Mrs. Henrietta e Thomas. Loro sì, oh sì che loro sapevano.

La settimana successiva nella ridente e soleggiata cittadina di Coconut Grove fecero il loro arrivo una misteriosa donna minuta, dalla pelle di porcellana bianca, con due vivaci occhi azzurri, i capelli di un biondo cenere talmente chiari che sembravano essere fatti di fumo, una bocca con due morbide labbra rosa e dei lineamenti così delicati da sembrare un angelo, accompagnata da suo figlio, un ragazzino dagli occhi di un colore nero intenso, che quando ti guardava sembrava accedere ai più intimi segreti di ognuno, i capelli tagliati corti di un marrone scuro come il tronco degli alberi nella notte, le labbra erano due linee parallele di un rosso color del sangue, la pelle di un colore pallido.

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