La panchina

Di tutti i giorni della settimana, la domenica era il giorno che preferiva. Lo aspettava sempre con trepidazione.

Sapeva che appena la nonna avesse finito di sciacquare dal sapone l’ultimo piatto del pranzo, sarebbe arrivato il momento di cambiarsi ed uscire. Non che facessero niente di speciale. Semplicemente passeggiavano sulla strada che costeggiava il lago, all’ombra dei salici piangenti. A sinistra il nonno e a destra la nonna, entrambi che la tenevano per mano.

Quello che realmente la faceva divertire in quelle domeniche era “la panchina”. Chiamava così il momento della merenda. Dopo aver camminato per un po’ di tempo, tutti e tre si sedevano su di una panchina e ogni volta ne sceglievano una diversa. “Devi avere una visione diversa di quello che ti circonda”, le ripeteva sempre il nonno.

Sgranocchiavano qualcosa, generalmente un frutto o un pezzo di torta che la nonna aveva preparato la mattina e restavano così, ad osservare il panorama. Ma quello che la incuriosiva di più era la gente.

Poteva restare ferma per ore ad osservare le persone che passavano davanti a quella panchina. Anziane signore che portavano il pane raffermo per le anatre. Bambini che provavano a muovere i loro primi passi, con l’equilibrio ancora incerto e le manine ben salde a quelle dei genitori. Coppie di innamorati. Quelle più giovani che si tenevano per mano e a volte si scambiavano tenere effusioni. Coppie più mature che invece camminavano a braccetto. Gruppi di ragazzi con le cuffie alle orecchie facendo jogging, con la pelle lucida dal sudore e il fiato corto dallo sforzo. Uomini impettiti nei loro completi della domenica e donne eleganti nelle loro acconciature perfette, probabilmente opera di qualche parrucchiere alla moda.

Ognuno con i propri pensieri in testa. Ognuno con il proprio passo, ognuno con un proprio movimento ben preciso.

Il nonno poi si inventava giochi sempre diversi. “Indovina chi sarà il primo a ridere” oppure “conta quante persone indossano un indumento di colore rosso” o ancora “inventa una storia su quella coppia”. Quest’ultimo gioco era quello che preferiva. Inventare storie, per lo più assurde, che avessero come protagonisti persone di cui non sapeva assolutamente nulla. Poteva inventarne i pensieri, il timbro di voce, cosa facevano nella vita, le loro storie personali.

Era uno spasso.

Poi con il tempo è cresciuta e queste domeniche sulla panchina sono diventate sempre più rare. Sono arrivate le prime amichette del cuore, poi è arrivato il primo fidanzatino, poi i primi impegni. Fino a quando quelle domeniche sono sparite del tutto.

Da allora molte domeniche passarono. Domeniche fatte di pranzi tra amici, alcuni in famiglia, gite fuori porta. Altre invece passate ad oziare sul divano, facendo indigestione di serie TV o tra le braccia di un buon libro. Ma non ci fu più nessuna domenica su di una panchina.

Le mancavano, quello indubbiamente. Ma ormai nella sua vita frenetica non c’era più tempo per questo genere di cose. Questo era quello che si ripeteva ogni qualvolta sentiva una fitta di malinconia.

Alcuni mesi dopo la scomparsa dei suoi nonni, in una notte turbata da un sonno agitato, si svegliò all’improvviso nel cuore della notte. Aveva sognato di un luogo lontano, immerso nel nulla e nel silenzio più assoluto. Capì che era arrivato il momento di ritrovare se stessa e quei luoghi che da bambina l’avevano accompagnata.

Così si alzò dal letto, si mise dei vestiti caldi e comodi, qualcosa nello zaino e si incamminò. Sapeva esattamente dove voleva andare. Dopo qualche ora, camminando su di un sentiero in mezzo ad una folta pineta, arrivò sulle sponde di un lago.

A quell’ora del mattino il luogo era deserto. Si sentiva solamente il cinguettio degli uccellini, il vento che muoveva dolcemente i rami dei pini e disperdeva nell’aria il loro profumo, le increspature dell’acqua quando una libellula delicatamente su di essa si poggiava.

Fece ancora qualche metro e la trovò. Lì, su un piccolo promontorio che si affacciava sul lago, una panchina giaceva solitaria. Allora lei si sedette e per un momento restò ad osservare quel meraviglioso panorama che aveva di fronte, riempiendosi i polmoni di aria fresca.

Poi prese un frutto dallo zaino che si era portata con sé ed iniziò a masticare con calma.

Si guardava in giro e quel silenzio, quella solitudine che sentiva dentro la rendeva inquieta. Si rilassò un attimo e sorrise. Ora la vedeva chiaramente davanti ai suoi occhi.

Si inventò la storia di una bambina e delle sue passeggiate domenicali. Dove il nonno camminava sempre alla sua destra e della nonna che invece stava sulla sinistra. Delle loro merende su di una panchina in riva al lago, fatte di frutta fresca o di golose torte e del loro gioco di osservare la gente.

Ora sapeva di avere ritrovato se stessa e nel ritrovarsi aveva ritrovato anche loro.

Da allora tornò spesso su quella panchina, che ormai divenne la loro panchina.

13 commenti

  1. Spesso i morti ci sono più vicini e hanno sempre molta pazienza per ascoltarci. I morti parlano a quella parte di noi sempre presa dalla fretta e da mille cose e poiché noi corriamo di qua e di là, non riusciamo a sentire le loro voci fatte di onde lontane. Eppure i morti nelle loro fotografie ma anche nei pensieri sono come i cani e le nuvole: ci guardano, di nascosto, da quella panchina, da quel balcone, dal terrazzino e dal profondo del cuore, proprio come avveniva quando erano vivi.

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