Ci vediamo presto (anche se non è vero!)

Non mi piacciono i saluti, quelli in cui si sa benissimo che, malgrado ti prometti e riprometti di non far passare di nuovo un sacco di tempo al prossimo incontro, in cuor tuo sai benissimo che non sarà così.

E poco importa se devo salutare qualcuno in strada, in una stazione, in un aeroporto, in spiaggia o nel peggior bar di Caracas. La sensazione di profonda tristezza mi coglie nel preciso momento in cui guardo negli occhi la persona che devo salutare. Perché è racchiuso lì l’istante che tanto temo ogni volta. Il doversi abbracciare e dirsi “arrivederci”.

Se ve lo state chiedendo, ebbene sì, io sono una di quelle che piange.

Trovo che nel salutarsi ci sia sempre qualcosa di triste e definitivo. In quell’attimo si racchiudono tutti i sentimenti più contrastanti dell’essere umano. La felicità dei momenti appena vissuti, la gioia dei ricordi che quelli no che non se andranno mai. Ma dall’altra parte, in queste pieghe positive, si fanno spazio le sensazioni tristi, quelle che ti portano a pensare ai momenti mai vissuti, ai sentimenti mai espressi, agli attimi passati che non torneranno più e ai momenti del vorrei ma non c’è più tempo.

E in questi momenti la mia razionalità perde potere e vengo sopraffatta dall’emotività. E allora rido tra le lacrime e lacrimo tra le risate. Perché sono felice e sono triste e poi sono di nuovo felice e ancora triste. E poi “wow che bello il tempo che abbiamo passato assieme” e subito dopo “ma io come faccio? Ma lo sai quanto mi mancherai”? Insomma, nella mia testa tutto è confuso, tutto è troppo o troppo poco.

Uno psicologo probabilmente mi direbbe che semplicemente soffro di “paura dell’abbandono” e che vivo questo temporaneo distacco da una persona appunto come un abbandono. Ma non si tratta di questo. Non mi fa paura l’idea di non vedere la persona, semplicemente mi crea dolore il non poter condividere come vorrei la mia vita di tutti i giorni.

Vi è mai successo? Vi capita qualcosa di bello durante il giorno, la volete condividere con qualcuno e poi vi ritrovate seduti a pensare “cavoli, se pinco pallino fosse qui vorrei proprio vedere che faccia farebbe nell’esatto momento in cui glielo racconto”. Però pinco pallino non c’è e allora l’avvenimento bellissimo resterà sempre bellissimo, però un bellissimo con una piccola nota di malinconia.

Forse percepisco questa situazione del saluto in maniera così amplificata perché ho salutato tanta gente durante il mio cammino. Alcune di queste persone non le ho mai più incontrate. Altre invece le vedo molto raramente e con altre invece si è creato un rapporto particolare, duraturo e più profondo. Purtroppo la parte della mia famiglia che vive via invece riesco a vederla poco, molto molto meno a quanto in realtà vorrei.

E anche se la strada è ancora lunga per imparare a gestire “l’evento dei saluti” -ormai l’ho battezzato così, continuerò imperterrita a tornare a trovare chi mi manca pur consapevole che mi ritroverò in un terminal di un aeroporto prima o poi. E non smetterò di voler conoscere gente nuova, anche se prima o poi se andrà -o io me ne andrò e sì, continuerò a salutarli tutti, uno ad uno.

Ad ogni saluto mi ritorna alla mente una poesia che avevo letto tantissimi anni fa e da allora la porto nel cuore. Me l’aveva lasciata una persona speciale al momento della sua partenza, scarabocchiata su un pezzetto di carta e appiccicata allo specchio del bagno.

Partire è un po’ morire
rispetto a ciò che si ama
poiché lasciamo un po’ di noi stessi
in ogni luogo ad ogni istante.
E’ un dolore sottile e definitivo
come l’ultimo verso di un poema…
Partire è un po’ morire
rispetto a ciò che si ama.
Si parte come per gioco
prima del viaggio estremo
e in ogni addio seminiamo
un po’ della nostra anima.

(Edmond Haracourt)

Ma in fondo cosa c’è di più bello nel lasciare che pezzetti della nostra anima arrivino ovunque, in posti che anche per la nostra mente sarebbe inconcepibile arrivare?

E quindi disseminiamoli questi addii, carichi di lacrime, di risate, di gioia e di tristezza.

 

 

10 commenti

  1. Una bellissima riflessione. ❤
    Se penso ai saluti mi viene in mente mia nonna, che abitava all’estero e che vedevo una, massimo due volte all’anno per qualche settimana. Quando stavo da lei durante le vacanze e magari uscivo a fare un giro, voleva sempre venire a salutarmi. Se ne stava sulla porta e salutava mentre io mi allontanavo in macchina, anche se ci saremmo comunque viste alla sera, lei era lì a salutarmi. Finché la macchina non spariva dalla sua vista. Ricordo ancora con divertimento quando i miei genitori, dopo essere rimasti da lei un paio di settimane, partirono per fare ritorno in Italia. Come di routine lei uscì a salutarli, nonostante fosse notte fonda e inverno. Quando i miei fecero ritorno il giorno dopo e la.chiamarono, scoprimmo che si era accidentalmente chiusa fuori casa, di notte, a dicembre, con un sacco di neve fuori e lei in pigiama. Purtroppo è morta qualche mese fa inaspettatamente, dopo qualche settimana dalla mia ultima visita. Oggi vorrei ancora che mi aspettasse sulla porta, vorrei tornare indietro e imprimere il ricordo dell’ultima volta nella mente, non darlo per scontato. E quindi se penso ai saluti mi viene in mente lei e quel saluto che era ormai diventata una routine. Vorrei non averlo dato per scontato, non essermene presa gioco.

    Scusa per il papiro! 😢

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  2. I saluti mettono mi mettono tristezza, poi il pensiero successivo è che le cose hanno un ciclo, e il saluto fa parte del ciclo. Ho letto tutto d’un fiato e questo mi accade quando le cose scritte mi “rapiscono” per così dire. Buona giornata.

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