Come gusci vuoti (Capitolo 2)

Aprì il primo fascicolo, “Francis e Steven Blumenstein”. Provò una fitta al cuore. Malgrado fossero passati 32 anni, suo fratello e suo nipote gli mancavano ogni giorno e in cuor suo sapeva che avrebbe trovato pace solo quando avrebbe catturato il responsabile della loro morte. Il nipote era stato l’unico ragazzino della lunga serie di omicidi. Dopo Steven i ritrovamenti erano solo di giovani adulti. Questo dettaglio lo mandava fuori di sé. Perché Steven? Cos’aveva di speciale quel bambino di quattro anni? Si era ritrovato nel posto sbagliato al momento sbagliato? Il non avere risposte lo logorava nel profondo.

Tornò con la mente a trentadue anni fa.

Era il 28 gennaio del 1985. Nat a quel tempo aveva 28 anni e da tre era diventato un detective della squadra investigativa di Grovenhill. Una giovane promessa secondo il suo capo di allora, il commissario McKanzie. Con la sua squadra aveva sgominato un traffico di rame tra l’Africa e gli Stati Uniti. Era un’organizzazione internazionale che utilizzava dei commerci locali per riciclare il denaro sporco di questi traffici. Indagando a fondo venne alla luce una seconda organizzazione legata ad essi, accusata in seguito di tratta di esseri umani. Trattandosi per lo più di bambini e giovani donne, il caso aveva suscitato molto scalpore. Tutto il paese aveva parlato di questa notizia per settimane e il nome di Nat Blumenstein fu sulla bocca di tutti per diverso tempo.

Con suo fratello Francis aveva scherzato molto su questa situazione. Spesso quando rientrava a casa la sera trovava Francis e suo nipote sul portico, con il giornale locale in mano che urlavano “Ecco qui la celebrità di Grovenhill!” e poi scoppiavano a ridere. Helena, sua cognata, spesso preparava il polpettone con le patate arrosto, il suo piatto preferito, e quando gli porgeva il piatto diceva “Al supereroe di casa Blumenstein!”. Adorava quei momenti! Spesso il suo lavoro poteva essere stancante, ma quando era tra le mura domestiche ritrovava finalmente un po’ di serenità. Nat inoltre adorava Steven. Da subito si era dimostrato un bambino impegnativo. Curioso, vivace, intelligente, ma dotato di una sensibilità fuori dal comune. Spesso seguiva Nat come un’ombra, osservava ogni suo gesto e spesso gli diceva con aria seria “Zio Nat, da grande voglio catturare i cattivi proprio come te!”.

Dopo due settimane di meritato riposo, in seguito al caso che lo aveva reso famoso, Nat tornò al lavoro. Salvo qualche piccolo furto locale, sembrava che anche i malviventi si fossero rintanati in casa per via del gelido inverno che quell’anno stava attanagliando il paese.

Una mattina di inizio aprile squillò il telefono. Nat era solo in ufficio. Visto il poco lavoro di quelle ultime settimane, molti dei suoi colleghi stavano usufruendo delle ferie in arretrato. “Commissariato di Grovenhill?” rispose con tono serio. “Al lago. Mandi qualcuno al lago. C’è qualcuno!” disse una voce concitata dall’altra parte della cornetta. “Si calmi, signora, si calmi. Mi vuole dire il suo nome? E chi c’è al lago?” Nat cercò di tranquillizzare la sua interlocutrice. “Un uomo. Sembra che non respira più… sembra… vuoto!” Nat non dimenticherà mai più quella parola: “vuoto”. “Cosa intende con “vuoto” signora?”. Ma dall’altra parte non c’era più nessuno. Nat chiamò il commissario McKanzie e raccontò la strana telefonata. “Mettiti la giacca detective, andiamo a pescare trote al lago” lo esortò McKanzie con fare allegro.

Nessuno dei due poteva immaginare la scena raccapricciante a cui avrebbero assistito di lì a poco.

Arrivati al lago Nat e McKanzie scesero dall’auto e si diressero verso la riva. Nat adorava andare in quel luogo. Con Francis avevano comprato una barca e spesso, durante l’estate, uscivano al largo a pescare. Non molto lontano dal porticciolo dove erano attraccate altre piccole imbarcazioni, per lo più dei pescatori locali, videro la signora Patty, una donna affabile e chiacchierona che lavorava da sempre della panetteria giù in città. Dal nervosismo con cui gli corse incontro, capirono che doveva essere stata lei a chiamare in centrale. “Buongiorno Patty. Cosa succede?” la interpellò subito McKanzie. Patty guardò titubante Nat. Poi prese coraggio e disse solamente “Di qua”. I due la seguirono in direzione del molo est, dove erano attraccate le barche di dimensioni più grandi. Nat cominciò ad avere una strana sensazione, tanta da bloccargli il respiro. “Che sia successo qualcosa a Francis?” pensò. Ma scacciò subito quel pensiero dalla mente. Dopo aver percorso un altro breve tratto sulla riva Patty si fermò di colpo. A quel punto Nat si sentì mancare. Erano proprio davanti alla sua barca. “Ma che diavolo…?!?” non ebbe la forza di finire la frase. Patty spiegò: “Questa mattina sono venuta a portare fuori Jack, il nostro Golden Retriever. Sa, mio marito dice che dobbiamo mantenerlo sempre in forma, altrimenti con tutti i forestieri che passano di qui, prima o poi qualcuno ci entrerà in casa a derubarci e non vuole correre il rischio che sia troppo pigro da non riuscire a difenderci. Così porto Jack a passeggio tre volte al giorno” Nat voleva solo che finisse in fretta con quell’inutile racconto. Patty continuò: “Passando qui davanti ho intravisto tuo fratello che dormiva sulla barca” disse guardando Nat. “All’inizio non ci avevo fatto caso. Ho semplicemente pensato che fosse uscito questa mattina presto a pescare e si fosse appisolato. Ma poi, osservando da vicino” ci fu una breve pausa e poi continuò “Cioè, non voglio che pensiate che sono una pettegola o una curiosona, chiaro? Io mi faccio gli affari miei, solo che…” Nat a quel punto si spazientì. “La prego signora Patty, arriviamo al dunque. Perché ci ha chiamati?”. Patty sospirò “Ho semplicemente trovato strano che ci fosse anche Steven. Helena non gli avrebbe mai permesso di perdere un giorno di asilo. Così mi sono avvicinata ancora di più e ho guardato dentro e… e….” La voce le morì in gola.

Nat non riuscì più a trattenersi. Corse verso la barca e guardò all’interno. Visti da quell’angolazione, sembrava che Francis e Steven stessero dormendo. Ma visto tutto il baccano della signora Patty si sarebbero dovuti svegliare. E invece niente, giacevano immobili come statue. Aveva il cuore che batteva all’impazzata e le mani gli tremavano. Salì agilmente la scaletta e si ritrovò sulla barca. Scese lo scalino che portava sotto coperta e fu allora che vide… il corpo di suo fratello e il corpicino di suo nipote erano lì, davanti ai suoi occhi. Avevano la pelle di un color cenere, rugosa, come se fossero appena stati ripescati dopo ore nell’acqua, anche se erano completamente asciutti. Gli occhi erano spalancati e guardavano nel vuoto, ma non avevano la minima espressione. I capelli sembravano dei fili di cenere, come se avessero perso ogni fibra, ogni vitalità. Ora capiva cosa intendeva la signora Patty quando diceva “vuoto”. Sembrava che gli fosse stata risucchiata la vita. A Nat cedettero le gambe. Mai in vita sua aveva immaginato di assistere ad una scena del genere! Dovette scendere dalla barca e respirò l’aria a pieni polmoni per non vomitare.

Quel che accadde nei momenti seguenti per lui restarono un mistero. Era sotto shock. Benché fosse stato addestrato ad affrontare quelle situazioni, la vista della sua famiglia era stata troppo per lui.

Ad un certo punto, dal nulla urlò: “Helena!”. Corse verso l’auto, accese la sirena e partì sfrecciando verso casa. Quando entrò, Helena stava preparando dei biscotti. Aveva un sorriso sereno, era luminosa in volto. Nat non seppe come darle la notizia. Non aveva il coraggio di distruggere il suo mondo così perfetto. La guardò a lungo ed Helena gli chiese “Nat, tutto bene? Mi sembri particolarmente strano oggi. Per i biscotti dovrai aspettare ancora un po’” e lo guardò sorridendo. Nat sospirò, s’avvicinò a lei e le prese le mani. Lei lo guardò allarmata “Nat, mi stai spaventando così”. Fu allora che le raccontò tutto. Helena non disse nulla per un momento poi lanciò un urlo di dolore, che le proveniva dal profondo. Nat l’abbracciò e restarono così per un istante che sembrò eterno.

Dopo molta insistenza Nat riuscì a convincere McKanzie a coinvolgerlo nelle indagini. Starsene con le mani in mano lo avrebbe fatto impazzire. Tutti gli abitanti di Grovenhill furono interrogati, cercarono in ogni modo di ricostruire le ultime ore di Francis e Steven, ma molti interrogativi restarono senza risposta.
Francis accompagnava Steven all’asilo ogni giorno, trovandosi esso sulla strada per il lavoro. Perché diavolo fossero finiti sulla barca era un enigma per tutti.

Altre incognite arrivarono dal medico legale. Dopo aver eseguito le autopsie sui due corpi, quello che trovò fu… Nulla! Non un’impronta, non una goccia di sudore, una goccia di sangue, niente che potesse essere utile all’indagine. Ma la cosa ancora più strana era l’impossibilità di determinare la causa e l’ora della morte. Ci aveva provato in tutti i modi, ma i dati erano sempre discordanti. Se analizzava il fegato, la morte rientrava a poche ora prima del ritrovamento. Se si basava sulla temperatura corporea, sembravano deceduti da almeno un paio di giorni –cosa impossibile stando a Nat, che aveva parlato con il fratello proprio la mattina precedente- se invece si basava sull’analisi di unghie e capelli, talmente sfibrati e rinsecchiti, era come se fossero in quello stato da almeno qualche settimana. Non aveva mai visto nulla di simile! Non vi era modo di stabilire neanche con cosa fosse stato perpetrato il crimine. I corpi non presentavano colpi, segni, contusione di nessun genere. Perfino gli esami tossicologici erano negativi per ogni sostanza analizzabile. Il medico legale non sapeva che pesci pigliare!

Nella stessa situazione si trovavano Nat e McKanzie. Dopo settimane di lunghe indagini, notti insonni, interrogatori, lettura dei rapporti del medico legale, sopralluoghi sulla scena del crimine, ogni pista battuta portò ad un vicolo cieco. Nessuno vide nulla. Nessuna presenza venne rilevata. Insomma, l’assassino sembrava un’entità incorporea. Arrivò il momento che dovettero darsi per sconfitti e il caso venne archiviato fino a nuovi sviluppi.

Quella sera Nat dovette confessare ad Helena gli esiti delle indagini. Era mortificato, perché sapeva l’importanza di dare un volto al colpevole. Non avrebbe riportato indietro Francis e Steven, ma avere delle risposte avrebbe aiutato in un qualche modo a placare il dolore. Quando quella sera lasciò Helena, le era sembrata stanca e rassegnata. Decise di tornare da lei la mattina dopo.

Quando si presentò a casa sua, di buon mattino, le luci della casa erano spente. Bussò alcuni colpi alla porta, ma nessuno rispose. Entrò e la chiamò a gran voce. Nessuna risposta. Pensò che forse avesse preso dei sonniferi e fosse quindi in un sonno profondo. Salì le scale e andò a controllare nella stanza da letto, ma anche questa era vuota. A quel punto cominciò ad innervosirsi. Scese di nuovo in soggiorno e trovò una busta sul tavolo. Riportava il suo nome “Nat”. L’aprì e lesse le poche righe lasciate da Helena:

Caro Nat,

il dolore mi è troppo grande da sopportare. Quando leggerai questa lettera, io sarò già al mio posto, accanto a Francis e Steven. Bacerò loro anche da parte tua.

Con affetto,

Helena

Nat la cercò ovunque, in tutta la città, nei boschi adiacenti, attorno al lago. Di Helena nessuna traccia. Era sconvolto. Nel giro di poche settimane tutto il suo mondo era stato distrutto e lui era rimasto completamente solo. Tutte le persone che amava non c’erano più.

Un pescatore chiamò in centrale qualche giorno più tardi. Sulla riva del lago, in una zona discosta, aveva ritrovato dei  vestiti di donna. Nat gli esaminò e confermò che erano quelli di Helena. Il suo corpo però non fu mai ritrovato.

Furono mesi turbolenti per Nat. Non riusciva a lavorare; con la mente era rimasto fermo a quei giorni. Era sempre nervoso, disattento, litigò con tutti in centrale. Non ce la faceva a restare a Grovenhill. Tutto gli ricordava Francis, Steven ed Helena. Fu così che prese una decisione: si disfò di tutti i ricordi e chiese il trasferimento a Riverton.

(continua…?)
La prima parte del racconto la trovate su Come gusci vuoti

 

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